Incastonato in mezzo ai bei palazzi che affacciano su Via del Portico
d'Ottavia, e le entrate dei ristoranti kosher del Ghetto, esiste un
giardino. In questo silenzioso angolo di Roma, all’ombra delle fronde e
sotto lo sguardo delle statue marmoree, è in corso un processo di pace.
Eh già, perché i tre diversi patron de Il Giardino Romano, seduti allo
stesso tavolo nel cuore della comunità ebraica romana, sono impegnati in
un lavoro di apertura e comunicazione dopo gli oltre tre secoli di
chiusura e separazione tra ebrei e cristiani dovuta alla Bolla papale
che nel 1555 istituì il Ghetto. Uno, Umberto Pavoncello (già
proprietario del vicino Nonna Betta)
è l’unico vero ristoratore giudaico-romano rimasto in città. Gli altri
due, Giuseppe e Soliman vivono e lavorano nella ristorazione da
trent'anni, e sono di nazionalità egiziana, ormai cittadini italiani.
"Quando ho detto che mi mettevo in società con un ebreo osservate, mi
hanno preso per pazzo," ci racconta Soliman. Giuseppe, sornione dietro
una montagna di carciofi 'capati' ci sorride – "Sono tanti anni che
lavoro nei ristoranti del Ghetto, e la mia tecnica nel pulire questi
meravigliosi fiori l'ho imparata proprio in questo quartiere."
L'ambiente caratteristico e suggestivo, è composto da due sale interne
ampie e luminose, con colonnati, soffitti a travi, pavimento a
sanpietrini, archi e nicchie che conducono all'intimo cortile
circondato da mura antiche, alberi ad alto fusto, profumate gardenie in
fiore e piante rampicanti.
La particolarità del locale – giardino fiorito con mura romane e
rinascimentali a parte – è quella di proporre un recupero delle ricette
tradizionali romane e giudaico-romanesche. La cucina casareccia apre il
menù, seppur sempre servendo carni e pesci permessi dalle regole della
religione ebraica, a lavorazioni non necessariamente kashèr (come si
pronuncia alla romana). Mi spiega infatti Pavoncello che la complessa
procedura di macellazione richiede l’esperta mano di una figura preposta
e certificata, che risponda a precisi requisiti religiosi, una
approfondita preparazione veterinaria, e grande abilità nel maneggiare
le carni. Il Rabbino macellatore incaricato deve infatti accertarsi che
gli animali non siano portatori di malattie che ne avrebbero causato la
morte entro breve tempo, ed eseguire il rituale in perfette condizioni
igieniche. In più, il quarto posteriore dell'animale deve essere
tassativamente privato del nervo sciatico – operazione complessa che un
esiguo numero di macellatori autorizzati sa eseguire, ma nessuno di
questi in Italia. Tutto questo si riflette in un forte costo della
carne. "E che, gli vogliamo negare la coda alla vaccinara?",
dice Pavoncello. Allora, per offrire una cucina giudaico-romanesca più accessibile, con
meno limitazioni e un prezzo più contenuto, si è optato per una scelta
meno restrittiva, ovvero quella di servire carne acquistata nelle
normali macellerie, non kashèr.
I piatti nel menù sono un interessante panorama di classici della cucina
casareccia romana. I fritti, e la preparazione del "carciofo alla
giudìa" in particolare, qui trovano il meglio della zona. Giuseppe in 52
secondi (cronometro alla mano) pulisce e prepara per la pre-frittura le
mammole: nome col quale a Roma intendiamo i carciofi più maestosi,
tondi e tipici delle nostre campagne. Dopo una prima leggera frittura in
olio non bollente, i carciofi mondati vengono lasciati riposare,
delicatamente schiacciati e poi dorati all’ultimo momento in olio ad
alte temperature. Questo ci da il meraviglioso fiore aperto, croccante
all’esterno e tenero al cuore, saporito e mai fibroso o coriaceo. In
bocca non si sente infatti mai una spina.
Il resto dell'ampia carta propone piatti delle specialità del ghetto
ebraico e piatti caratteristici della tradizione romanesca, dai sapori
curati e raffinati. La gustosa semplicità della cucina di estrazione
popolare trova spazio nelle generose porzioni di carbonara con grasselli
di manzo, cacio e pepe con cicoria, tonnarelli all'Amatriciana alla
Giudia. Classici come animelle, trippa e coratella danno l'opportunità
di assaggiare specialità tornate di recente in gran voga fra i "foodies," e ora apprezzate anche da palati stranieri. Ottima inoltre la
selezione di carni alla brace e pesce fresco, e anche qualche
specialità egiaziana come il cous cous, e i dolci tipici al miele e
pistacchi.
Per ripercorrere i sapori e le emozioni di una Roma antica, con le
ricette e i piatti della tradizione ebraica e romana, fate come me.
Lasciatevi sedurre dal fascino di questo spicchio di realtà, con lo
sguardo volto a recuperare la tradizione romana, aprendo ai reciproci
passi avanti fatti dagli appassionati e coraggiosi soci seduti alla
stessa tavola, all’ombra del Tempio.
Questa recensione è stata pubblicata anche su Cibando Blog
Tutte le immagini sono di proprietà Andrea Di Lorenzo/Cibando




3 commenti:
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ciao, ti scrivo dalla redazione di m. costanzo. curo per lui un programam radiofonico in onda su radiouno e mi piacerebbe proporti un'intervista telefonica.
ti piacerebbe?
aspetto una tua preziosa risposta a santinofiorillo@libero.it
santino fiorillo
Ciao Santino, ti ho scritto un'email a cui però non ho più avuto alcun riscontro...
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